29 Marzo 2024 |

Tempo di lettura: 18'

Vendite on line: un capo d’abbigliamento su dieci finisce in discarica

Lo dimostra uno studio dell’European Environment Agency
Vendite on line

La vendita on line di capi di abbigliamento è in rapida crescita.

Certo, per chi compra è un modo di risparmiare e trovare con rapidità ciò che si cerca.

Ma è un modello di organizzazione delle vendite che genera tonnellate di rifiuti.

Infatti, la comodità di comprare, provare e restituire nasconde impatti ambientali enormi.

Lo dimostra uno studio dell’European Environment Agency.

I danni ambientali delle vendite on line

Tra il 4 e il 9 per cento degli indumenti messi in commercio in Europa vengono distrutti senza essere mai utilizzati.

Ciò vuol dire che dalle 264 mila alle 594 mila tonnellate tra abiti, accessori e scarpe che restano in magazzino o vengono restituiti dai compratori finiscono in discarica.

Uno spreco che sarebbe responsabile della emissione di 5,6 milioni di tonnellate equivalenti di anidride carbonica

Per avere un’idea, si tratta di una quota di poco inferiore alle emissioni totali di un paese come la Svezia nel 2021.

Ciò è dovuto soprattutto alla possibilità di restituire l’oggetto acquistato.

Per il venditore, infatti, questa possibilità offerta al cliente produce una notevole difficoltà nell’organizzazione del lavoro.

I magazzini viaggianti

Pochi mesi fa la rivista Internazionale ha dimostrato che a volte i capi di abbigliamento percorrono lunghi tragitti a bordo di grossi Tir da un magazzino all’altro.

Tanto che gli autori dell’articolo si spingono a considerare i Tir come magazzini viaggianti.

Per offrire il vantaggio di avere un basso prezzo e la facoltà di restituire l’oggetto acquistato con facilità i venditori devono affrontare costi enormi.

E spesso gli oggetti restituiti vanno fuori moda, o fuori stagione e perdono l’interesse del pubblico.

Così, 20 capi su 100 vengono restituiti. E di questi 20, uno su tre finisce in discarica.

Nel 2020, la percentuale di prodotti tessili e di abbigliamento venduti online era dell’11 per cento. Nel 2009 era del 5%. 

La discarica? In Cile

Ora, vi chiederete voi, dove vanno a finire le centinaia di migliaia di capi d’abbigliamento che vengono ritirati dal mercato?

Vanno a finire in un circuito di economia circolare, ovvero in un processo di recupero dei materiali?

Qualcosa viene recuperato, anche per produrre altro, ad esempio i pannelli isolanti.

Di certo, una parte finisce a Iquique, in Cile, al cui porto arrivano ogni anno circa 60 mila tonnellate di capi provenienti da Usa, Europa e Asia.

Una parte viene riciclata per il mercato locale, il resto viene abbandonato nel deserto d’Atacama, dove si sono create montagne di abiti scartati dal mercato.

Talvolta, vengono dati alle fiamme per ridurne l’ingombro.

Con la conseguenza di inquinare l’aria e i terreni, disperdendo microplastiche e sostanze tossiche.

Alla base del problema, occorrerebbe produrre di meno, dato che è un tipo di produzione che impiega grandi quantità d’acqua e produce gas serra.

Abiti, scarpe e accessori sono i prodotti più acquistati on line

Nel 2022, questi prodotti stati ordinati dal 68% dei consumatori che hanno fatto acquisti on line.

Il Consiglio e il Parlamento dell’Unione europea hanno perciò prodotto nello scorso mese di dicembre il nuovo regolamento Ecodesign.

L’Espr, ovvero Ecodesign sustainable products regulation, sostituisce la vecchia direttiva del 2009.

Prevede il divieto di distruzione di abiti, accessori e scarpe invendute.

Divieto che sarà effettivo entro due anni dall’entrata in vigore del regolamento (entro sei per le piccole e medie imprese).

In futuro la commissione europea potrebbe inserire nuovi prodotti tra quelli indicati nel regolamento Espr.

Leggi anche: Aggiustare gli abiti è una buona abitudine

Foto: rawpixel.com CC

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