12 Giugno 2024 |

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L’assassinio di Giacomo Matteotti cent’anni dopo

Il 10 giugno 1924 Giacomo Matteotti, segretario del Partito Socialista Unitario, viene assassinato a Roma da una squadra fascista. È l’inizio del regime del duce
Giacomo Matteotti

Il 10 giugno 1924 Giacomo Matteotti, segretario del Partito Socialista Unitario, viene assassinato a Roma da una squadra fascista.

Il suo corpo viene ritrovato il 16 agosto dello stesso anno nel bosco della Quartarella ad Ariano.

Il 3 gennaio 1925, Mussolini pronuncia il celebre discorso alla Camera: “Mi assumo la responsabilità politica, morale e storica di quanto avvenuto”, disse.

I primi passi in politica

NATO nel 1885 a Fratta Polesine in provincia di Rovigo, Matteotti si avvicina alla politica nel 1898, a soli 13 anni, quando si iscrive al Partito Socialista Italiano.

Laureato in Giurisprudenza, è eletto per la prima volta in Parlamento nel 1919 e, da quel momento, inizia la sua lotta al fascismo.

Nel 1921 denuncia le violenze commesse dalle squadre d’azione fasciste durante la campagna elettorale per le elezioni.

Il 30 maggio del 1924 tiene alla Camera dei deputati uno storico discorso nel quale denuncia il clima di violenza e di intimidazione creato dai fascisti nel Paese.

Usa per la prima volta le parole “regime fascista” e afferma che “l’elezione non è valida”, frutto di brogli e violenze documentate.

Nel centenario di quel discorso, il 30 maggio 2024, l’attore Alessandro Preziosi lo ha letto alla Camera dei Deputati dall stesso posto che occupava allora Giacomo Matteotti.

Il rapimento e l’assassinio

Il 10 giugno alle 16,30 il deputato Matteotti esce da casa, in via Pisanelli 40 a Roma.

Dice alla moglie che va alla Camera e che rientrerà per cena.

Ha una busta bianca con intestazione “Camera dei Deputati” sotto il braccio, colma di documenti e carte.

Raggiunge il lungotevere, camminando spedito.

Da una Lancia Lambda escono due uomini: sono Albino Volpi e Augusto Malacria, membri della Polizia politica.

Matteotti capisce le loro intenzioni, ma i due uomini gli sono già addosso.

Si divincola, lancia calci ma arrivano altri due sicari: Amleto Poveromo e Amerigo Dùmini, capo del gruppo di picchiatori.

Ai quattro si aggiunge anche Giuseppe Viola, ma nonostante il numero di assalitori Matteotti resiste, urla.

Poveromo riesce a colpire Matteotti con un fendente alla tempia e lo tramortisce.

Una volta trasportato dentro l’auto, la rissa torna ad essere furibonda.

Matteotti si è ripreso e riesce a lanciare fuori dal finestrino il suo tesserino da deputato del Regno.

Sarà un contadino a ritrovare il tesserino vicino al ponte Risorgimento.

A quel punto Albino Volpi, uno dei sicari, lo colpisce con un coltello ferendolo dall’ascella al torace.

Matteotti muore in pochi minuti.

Aveva 39 anni.

Depistaggi e bugie del duce

Il 12 giugno Mussolini è costretto ad intervenire alla Camera dei Deputati per rispondere a una interrogazione presentata dai socialisti.

Nella risposta, Mussolini afferma di avere dato disposizioni per rintracciare Matteotti.

Un magistrato, Mauro Del Giudice, identifica in pochi giorni i rapitori e li arresta.

Ma poco dopo gli viene tolto l’incarico di indagare e viene trasferito, poi è posto in prepensionamento.

Il 22 giugno si costituiscono il segretario amministrativo del Partito Nazionale Fascista Giovanni Marinelli e il vicesegretario politico Cesare Rossi, ricercati.

Marinelli è il mandante del rapimento.

Passano i giorni, e il 12 agosto un cantoniere trova una giacca sporca di sangue in uno scarico lungo la via Flaminia.

Il cadavere invece lo ritrova un pensionato il cui cane scopre per caso la sepoltura.

Nella macchia della Quartarella ad Ariano, vicino a Roma, il 16 agosto 1924.

I responsabili vengono condannati per omicidio preterintenzionale a cinque anni e liberati poco dopo.

Tra Aventino e repressione

Il 27 giugno Filippo Turati celebra l’amico e compagno di partito Matteotti in Parlamento.

Le opposizioni al governo fascista decidono di astenersi dal lavoro parlamentare fino al ritorno all’ordine democratico.

Si cerca così di togliere legittimità al governo.

La scelta di sospendere la partecipazione ai lavori del Parlamento sarà definita “Aventino” in ricordo di una decisione simile presa dalla plebe romana, che si ritirò per protesta sul colle Aventino cinquecento anni prima di Cristo.

Intanto, il governo di Mussolini procede indisturbato verso la repressione di ogni forma di opposizione.

Il 5 settembre a Torino viene bastonato a sangue Piero Gobetti, direttore del giornale Rivoluzione liberale.

Le bastonate causano gravi lesioni interne che lo porteranno alla morte poco tempo dopo.

Il 25 ottobre Don Sturzo, fondatore della Democrazia Cristiana, viene esiliato a Londra.

Il Paese sembra reagire, molte figure che avevano sostenuto Mussolini nelle prime fasi del fascismo, come Gabriele D’Annunzio, ripudiano quella scelta.

Gli alleati si sfilano uno ad uno, i giornali prendono posizione contro i fascisti.

Anche gli imprenditori fanno sentire il loro disappunto.

Sembra che le ore di Mussolini capo del governo siano agli sgoccioli.

Inizia il regime fascista

Ma il 3 gennaio 1925 Mussolini attacca le opposizioni sfidandole ad accusarlo e di portarlo davanti all’Alta Corte di Giustizia.

Nessuno osa intervenire.

Ed è allora che Mussolini dichiara la sua “responsabilità politica, morale, storica” della morte di Matteotti.

È l’inizio del regime. Poco per volta verrà imbavagliata la stampa, gli oppositori incarcerati o esiliati, le libertà di parola e di associazione saranno negate.

Giacomo Matteotti, il nemico più ostinato del fascismo era stato ucciso e sepolto dai sicari del duce. La strada verso la dittatura era spalancata.

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